Il balzo di tigre

Schermata del 2016-03-26 17:33:39

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Il balzo di tigre

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Frank Underwood, il Bomba e l’omicidio di Giulio Regeni

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Ho visto la quarta stagione di House of Cards tutta di fila. Frank Underwood è sempre spietato e disposto a camminare sopra i cadaveri pur di mantenere il potere duramente conquistato, con lui c’è la moglie Claire a tenere abilmente testa a un paranoico Petrov-Putin. Nel complesso ho trovato la quarta stagione meglio delle ultime due precedenti, sicuro meglio della terza, che è un po’ troppo ripetitiva, mentre la narrazione ha ripreso un po’ di ritmo e alcune trovate pop risultano meno fuori contesto, fino a riprendere quel tono molto cupo che caratterizza la cifra stilistica della serie.

Vedendo sul computer la feroce determinazione del presidente Underwood e della First Lady non ho potuto fare a meno di pensare al Bomba, ossia al nostro caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, appassionato estimatore di House of Cards ma discretamente lontano come stile politico dal personaggio interpretato da Kevin Spacey: tanto è sinistro e demoniaco l’attore americano nel mostrare il volto assetato di sangue del potere, seppure nel contesto della politica-spettacolo americana, tanto appare ridicolo e quasi caricaturale il politico fiorentino, di cui possiamo ricordare la faccia da bimbominkia mentre gioca alla playstation con l’altro genio della politica nostrana, quell’Orfini diventato presidente del Partito Democratico solo grazie al tradimento compiuto ai danni del suo vecchio leader Massimo D’Alema.

Eppure, ho notato che lo sbandierato interesse di Renzi per HoC sia frutto di una strategia studiata, quasi un modo di rivendicare con orgoglio che quell’ex scout dalla faccia un po’ rincoglionita sia diventato uno dei sette grandi leader politici del pianeta. Al tavolo con Obama, Putin, la Merkel etc. ci va il Bomba, mica voi che vi scaricate la serie tv da Torrent. Chi è il coglione adesso? Lui o voi? (Diciamo noi, pure io mi ci metto eh per carità). Insomma il Bomba è fiero tanto di giocare alla playstation quanto di affermare che lui si ispira un po’ a Frank Underwood, che insomma pare un imbecille ma è capace di strategie politiche raffinate e di tattiche spregiudicate: anche lui è maestro di quella realpolitk tanto cara al suo acerrimo nemico Massimo D’Alema. Del resto, come non ricordare il modo in cui il Bomba ha fatto fuori Enrico Letta per salire al potere?

Poi mi è venuta in mente un’altra cosa, e con questo chiudo la mia breve riflessione sul rapporto tra il Bomba e Kevin Spacey. La realpolitik, come insegna anche HoC, è un’arte lastricata dal sangue di tanti innocenti. Per sentirti adeguatamente dentro il ruolo di grande statista qualche vittima alle spalle te la devi pure lasciare. Non so se Renzi lo ha capito e se lo rivendica questo fatto. Comunque sia, me lo sono rivisto nella foto scattata durante il suo viaggio in Egitto, intento ad omaggiare il macellaio Al-Sisi appena asceso al comando della dittatura sanguinaria gestita dai militari e acclamata dall’Occidente. Il Bomba se lo rivendica spesso, questo sì, di essere stato il primo ad omaggiare il macellaio de Il Cairo, così come si fa bello dei contratti stipulati tra il regime egiziano e le imprese italiane. Contratti miliardari, scritti mentre centinaia di oppositori politici venivano arrestati, torturati e uccisi dalla polizia egiziana.

Mentre il Bomba si pavoneggiava della sua scaltrezza politica, Giulio Regeni veniva arrestato e torturato nelle galere del nostro alleato e amico Al-Sisi. Passano giorni interminabili e la diplomazia italiana mantiene un basso profilo, decisa per lo più a lavarsi la coscienza di fronte al prevedibile esito conseguente all’arresto di Regeni. Dopo che il cadavere del povero ragazzo veniva trovato buttato sul ciglio di una strada, il governo italiano poteva dire che qualche passo per salvarlo lo si è fatto, figuriamoci. Rimane però il sospetto che con tutta l’amicizia che intercorre tra il Bomba e Al-Sisi magari qualche sforzo in più per salvare Regeni lo si poteva anche fare: certo non pretendiamo dal fine stratega fiorentino, l’Underwood dei poveri, che si possa interferire di fronte al quotidiano massacro compiuto dal suo amico, però… Però nei confronti di questo ragazzo, un ricercatore italiano, un giovane impegnato per i diritti sindacali e per la democrazia, un componente di quella generazione tanto sfruttata a fini di propaganda da parte dello stesso governo, ci si poteva aspettare anche un comportamento un poco meno subalterno al regime egiziano.

Magari Frank Underwood, dopo l’arresto in Russia di un attivista americano, avrebbe fatto una telefonata a Petrov per minacciarlo o avrebbe mandato Claire con l’Air Force One per trattare e salvare la vita di una connazionale e poi fare bella figura di fronte ai media del mondo intero. Invece il Bomba se n’è fregato altamente, Regeni è stato ucciso dagli sgherri dello stato egiziano e adesso ci dobbiamo sorbire la triste messinscena della ricerca di una “verità” che è palese anche ai sassi ma non si può ammettere pubblicamente.

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Una legittima aspirazione

Ho letto questo articolo di Ilvo Diamanti, illustre sociologo democratico, esimio professore amatissimo dai lettori di sinistra, in difesa del suo collega Angelo Panebianco, indegnamente aggredito dagli studenti durante il suo lavoro. Ne riporto qualche frase perché il ragionamento che fa l’intellettuale di sinistra è emblematico di quel vittimismo finto perbenista di questi grandi difensori della democrazia. Già l’incipit incute timore:

“Ho studiato a Padova negli anni ’70. E a Padova ho cominciato a insegnare – da precario, ovviamente – alla fine di quel decennio. Ho conosciuto bene, per questo, quegli anni bui. Quando studiare e insegnare non era facile. Perché l’Autonomia, allora, non era solo – né principalmente – una rivendicazione di libertà e indipendenza. Ma, spesso, l’esatto contrario”.

I tempi bui, gli anni di piombo, signora mia, anni che non c’era la democrazia. Poi li hanno arrestati tutti, le Brigate rosse sono state sconfitte da Beppe Fiorello e dagli anni ’80 in poi, finalmente, il progresso e la tolleranza hanno ridato vita ad un paese che oggi riparte anche economicamente. Le forze oscure sono state bloccate e oggi possiamo leggere in completa tranquillità un editoriale di Eugenio Scalfari su Papa Francesco. Non sia mai che quei tempi oscuri siano evocati da qualche studente antidemocratico e fascista. Diamanti poi ha lavorato da precario, ovviamente, nelle scuole e nelle università, mentre quei figli di papà giocavano a fare la rivoluzione culturale. Meno male che ne è uscito indenne da quei terribili anni, così adesso possiamo leggere le sue raffinate indagini sociologiche sul ricco Nord-est. Meno male.

“Così rabbrividisco di fronte alle contestazioni dei giorni scorsi contro Angelo Panebianco, durante le sue lezioni. Nelle aule dell’Università. Perché si tratta di un attacco alla libertà e all’indipendenza di un docente”.

Ci troviamo di fronte ad un atto antidemocratico. Panebianco deve essere libero di insegnare, anche di dire cose scomode, scomodissime e anti-conformiste. Certo, scomodo e anti-conformista non pare essere il sostegno all’imperialismo italiano e alla guerra: sono secoli ormai che gli intellettuali della borghesia italiana inneggiano alla guerra, alle stragi razziste e alle imprese colonialiste, Panebianco segue una tradizione molto antica, per cui non ci si dovrebbe stupire di quanto criminali siano le “idee” portate avanti da questi chierici. Secondo commentatori come Diamanti la sfera pubblica formata da media e università sarebbe un luogo neutro nel quale ciascuno deve esprimere liberamente la propria opinione, soprattutto i baroni che scrivono i tomi che si portano agli esami, ché sono più legittimati degli altri. Se volete protestare contro la guerra alzate la mano e chiedete il permesso. Siamo dentro un talk show: prima parla quello che è a favore della guerra e fa parte del governo, poi parla quello che pure è a favore della guerra ma siede sui banchi dell’opposizione, e lei non mi interrompa che io non l’ho interrotta. Oppure ci sono due opinioni, entrambe democraticamente legittimate, ci sta quello che è per lo sterminio dei migranti e degli zingari e quello che dice sì vabè ma non esageriamo. Entrambi possono esprimersi liberamente, anzi, il bello è proprio questo, che devono parlare tutti e due, scendendo sempre più in basso nel limite consentito, fino ad arrivare alle discussioni su “È giusto sparare ai ladri che ti rubano in casa? È giusto sparare ai clandestini sui barconi? È giusto bombardare e invadere un paese africano?”. È una discussione, volete che un barone universitario non esprima il suo parere? Chi meglio di lui.

Schermata del 2016-02-25 12:32:22

Arriviamo alla conclusione dello sfogo di Diamanti, che scrive:

“Per questo manifesto pubblicamente il mio aperto sostegno a Panebianco. Non per “spirito di casta”. Ma per legittima difesa. Per continuare ad esprimere – io stesso – opinioni e idee, in sedi pubbliche, con la stessa libertà e autonomia di sempre. Anche se può non piacere. Anche – e tanto più – se può dispiacere.

Diversamente, meglio andarsene. Altrove”.

Il finale è drammatico e un po’ a sorpresa. Il sociologo è stufo, non gli fanno esprimere le opinioni agli intellettuali italiani: i loro padroni possiedono tutti i mezzi di informazione e loro siedono sulle cattedere di tutto il paese, ma non li stiamo facendo parlare, li stiamo sabotando in maniera anti-democratica. È incredibile che una persona spesso acuta come Diamanti non si accorga di scadere nel ridicolo con questo suo ragionamento. Ci deve essere stato un forte richiamo, una grande preoccupazione ai piani alti per questo episodio se hanno scomodato anche lui, un tipo schivo e riservato, sobrio analista del “territorio” e dei flussi elettorali, per difendere il collega. Panebianco sta avendo l’endorsement di tanti suoi amici del mondo dell’accademia, ma anche giornalisti di sinistra e progressisti stanno correndo in sua difesa in queste ore, tra loro anche una voce spesso fuori dal coro come quella di Riccardo Iacona:

Schermata del 2016-02-25 12:48:10

Lui condivide tutto, pure il fatto che allora è meglio andarsene altrove se non ti fanno esprimere liberamente. È una legittima aspirazione quella di Diamanti e Iacona. È una legittima aspirazione, caro lei, cari tutti. Andatevene altrove, sotto le bombe della Nato, come suggerivano gli studenti di Bologna a Panebianco, oppure imbarcatevi per la Corea, imbarcatevi per la Cambogia. Andate, andate, andate a fare in culo.

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Per la rivoluzione siriana

Quando è iniziata la protesta popolare in Siria contro il regime di Bashar Al Assad, un regime criminale e fascista, subito sono partite da sinistra le scomuniche e le accuse all’opposizione di essere manovrata dagli USA e di voler fare un’altra “rivoluzione colorata” gestita da Washington. Prendiamo un momento in esame il carattere della dittatura di Assad al momento dello scoppio delle proteste popolari nonviolente: un regime dinastico burocratico e sanguinario, dominato da una minoranza (gli alawiti) che si impone sulla maggioranza della popolazione per gestire una dittatura dai forti contenuti di classe, con una importante torsione neoliberista negli ultimi decenni in cui prima con Assad padre e poi con suo figlio la borghesia dominante ha svenduto le risorse economiche del paese passando da un capitalismo burocratico e statualista a uno più integrato nelle nuove forme di dominio proprie della globalizzazione neoliberale. Un vero e proprio fascismo, corrotto, repressivo e capitalista. Quando il popolo è sceso nelle strade per ribellarsi coraggiosamente a questa dittatura feroce la risposta di Assad è stata violentissima: carcere, torture, sparizioni, bombe sui quartieri popolari, armi chimiche. Tanto è vero che questa opposizione al regime, per nulla sostenuta da occidente se non da qualche blogger liberal lontano e inefficace, è stata repressa così duramente e in maniera terroristica che migliaia di membri dell’esercito regolare hanno disertato e sono passati all’opposizione del regime, fondando l’Esercito Libero Siriano (ELS). Il regime di Assad era quasi sul punto di cadere, molti membri anche di spicco dell’esecutivo passavano di giorno in giorno con i ribelli, quando l’intervento iraniano è diventato sempre più decisivo per mantenere in piedi la dittatura. Gli iraniani sono intervenuti subito per sostenere Assad, sin dall’inizio, quando le proteste erano pacifiche e i ribelli non avevano ancora preso le armi: con il contributo di Hezbollah l’ELS è stato scacciato indietro fino a quando non è intervenuto anche l’ISIS, un movimento che è stato aiutato dalla follia sanguinaria di Assad e ha preso piede anche grazie alla interessata non belligeranza del regime nei suoi confronti. La situazione si è complicata e l’occidente, quasi completamente assente dalla scena siriana (tanto è vero che gli iraniani hanno potuto sovvertire l’esito del conflitto praticamente invadendo la Siria)ha cominciato a preoccuparsi dell’ISIS, dando un piccolo sostegno anche ai curdi di YPG, ma lasciando l’ELS ancora da solo. Nonostante questa solitudine, accerchiato da ogni parte, diviso al proprio interno, sabotato dalle milizie di Al Qaeda, l’ELS resiste ancora in alcune zone della Siria pur all’interno di uno scenario in continua evoluzione. Milioni di persone sono scappate dal paese, in primo luogo per colpa della repressione di Assad e ora vengono respinte alla frontiera europea: grande aiuto dell’occidente alla rivoluzione siriana, non c’è che dire. Per quanto lo scenario sia complesso però alcune cose appaiono ben chiare: l’opposizione ad Assad è composita, formata anche da gruppi conservatori islamici, ma il ruolo dei laici e delle forze rivoluzionarie non può essere dimenticato. Essere contro la resistenza siriana, a favore della dittatura fascista di Assad, è un abominio politico degno di Roberto Fiore, il leader fascista di Forza Nuova. Solo alcune astruse idee geopolitiche, aiutate dalla presenza tra le fila dei governativi del marciume stalinista di qualche vecchio arnese “comunista”, possono legittimare l’idea che un criminale come Assad sia un “fattore di stabilizzazione” della regione. La legittimità sta tutta, invece, nella rivoluzione siriana, nell’opporsi del popolo a tale regime criminale. Il fatto che gli americani siano stati contro Assad non significa assolutamente niente: sarebbe come dire che durante la guerra mondiale si sarebbe dovuto giustificare il nazismo solo perché schierato contro gli USA. Altra idea bislacca sarebbe una presunta “laicità” del regime a fronte di un’opposizione  dominata dagli islamici: anche qui le cose sono trasversali, basti pensare al ruolo ormai decisivo dell’Iran per la sopravvivenza del regime di Assad. Uno stato, quello iraniano, che difficilmente possiamo annoverare tra gli stati “laici” della regione. E poi le persone che fanno gli islamofobi con i siriani sono le stesse che sostengono, giustamente, la causa palestinese anche quando è portata avanti da Hamas. Siamo di fronte in molti casi a forme neanche tanto malcelate di razzismo islamofobico, come se i siriani non fossero in grado di autodeterminarsi e portare avanti un loro percorso verso la democrazia. E intanto Obama e gli USA cosa fanno? Dove sono i soldi di Soros, della CIA, di Bilderberg e degli ebrei a favore dei ribelli siriani? A Washington già si trattano accordi sul campo con il regime, il recente accordo con l’Iran è uno snodo diplomatico importante e c’è sempre Mosca, altro alleato fedele di Bashar, con cui fare i conti. Insomma, a fronte di un importante e legittimo sostegno ai curdi dell’YPG, pare che nella sinistra occidentale i ribelli siriani dell’ELS non siano figli di nessuno: accusati di essere marionette degli americani dovevano, per i nostri “militant”, marcire nelle prigioni dei boia alawiti pur di confermare le ridicole teorie campiste della geopolitica globale stalinista. Anche due generose cooperanti italiane come Greta e Vanessa sono state accusate di essere vendute a una rivoluzione teleguidata dagli americani, alimentando così la campagna denigratoria portata avanti dalla destra fascista. Pure la nuova stella della sinistra britannica, il laburista Corbyn, ha definito i ribelli come tele-guidati dall’occidente. Non mi serve lanciare l’accusa di “rossobrunismo” nei confronti di “compagni” tanto sensibili alla questione di chi possa essere bollato di tale etichetta: è il sostegno, diretto o malcelato, nei confronti di un regime fascista a qualificare il loro davvero singolare antifascismo. Non mi serve certo scrivere un trattato sul tema o fare un confronto tra le loro posizioni e quelle di un Fiore o di un Fusaro: la solidarietà nei confronti di chi è insorto contro il fascismo in Siria dovrebbe essere un moto spontaneo e naturale degli antifascisti italiani ed europei. Con tutte le sue contraddizioni e le difficoltà (come non ricordare a riguardo la natura della stessa resistenza italiana al nazifascismo, una resistenza formata da tante correnti politiche, dai monarchici ai comunisti?) la rivoluzione siriana continua la sua lotta e aspetta ancora il sostegno degli altri popoli del pianeta: il sostegno dell’imperialismo occidentale non verrà, non è mai venuto e non ci sarà nemmeno adesso che l’unico nemico sembra essere il fascismo islamico dell’ISIS. Spero con tutto il cuore che ci sia uno scatto di dignità nella sinistra italiana ed europea e si cominci a capire che la stessa lotta dei curdi di YPG sia complementare a quella dell’ELS siriano e che non ci sarà nessuna vittoria di Kobane e del Rojava senza una Siria libera da Assad.

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Mutuo soccorso

Se si osservano le mosse del governo Renzi (il cui ruolo va sempre letto all’interno dei poteri europei e internazionali) il quadro politico diventa ogni giorno più sconfortante. Partito con una retorica anti-casta light, la cosiddetta rottamazione, e con altre proposte demagogiche, Renzi ha virato poi decisamente verso una politica economica ultra-liberista sempre più aggressiva.

Anche la stabilizzazione dei contratti precari, ottenuta attraverso gli incentivi economici dati alle imprese, è stata pagata a caro prezzo con i paralleli tagli a quel poco di welfare rimasto in Italia. Dare dei soldi alle imprese non comporta in maniera diretta un miglioramento per i lavoratori, neanche quando il contratto passa da precario a stabile si è sempre al riparo da sorprese: un imprenditore, nella giungla del mercato del lavoro italiano, può sempre trattenersi una parte di salario in busta paga o licenziarti (non a caso assieme all’aumento delle stabilizzazioni è aumentata la libertà di licenziamento).

Questo accade perché il sistema salariale non si colloca in un contesto irenico e razionale di libero scambio e libero mercato, come vorrebbero farci credere ogni santo giorno, ma in un sanguinoso scenario nazionale e internazionale di guerra in cui le imprese sono sempre più attrezzate a farsi largo facendo pagare tutti i costi di questo conflitto alla società. Aumentare gli sgravi fiscali alle imprese (cosa già proposta e attuata in passato anche dai vari Berlusconi e Bersani) non è una cosa neutra, in uno scenario di austerity, di controllo della spesa imposto da vincoli: tutto verrà pagato anche da chi un lavoro non ce l’ha oppure ce l’ha ma è un lavoro (o più lavori) a nero e senza tutele.

Ovviamente si farà ancora macelleria sociale aumentando i costi della sanità, per cure che vengono definite vergognosamente “superflue”: insomma, come al solito, il prezzo della crisi lo pagheranno con le loro vite i proletari, che verranno letteralmente sacrificati per salvare i profitti. Lo stesso ragionamento vale per l’eventuale riduzione delle tasse sulla prima casa, non casualmente da sempre un cavallo di battaglia delle destre. Si potrebbe benissimo continuare impietosamente il triste elenco delle misure pensate dal governo, tutte improntate al principio liberista di socializzazione delle perdite e di privatizzazione dei profitti.

Che cosa potrebbe fare oggi, invece, un governo di sinistra? Purtroppo, è triste ma necessario considerarlo, potrebbe fare ben poco. Basti pensare ai margini di manovra concessi al governo greco, l’unico esecutivo di sinistra del continente: non gli è stata concessa nemmeno una versione light dell’austerità neoliberista per riprendersi momentaneamente dal collasso impostogli e causato dalla Troika. Immaginiamo, se è possibile, come potrebbe muoversi un governo simile qui in Italia: margini di manovra ridotti al limite, il riformismo ormai ridotto a una caricatura (gli 80 euro, per esempio), con una spesa limitata dai vincoli e dall’inflazione. Duole dirlo ma anche una sacrosanta misura come quella del reddito minimo garantito sarebbe attaccata frontalmente e vissuta come una dichiarazione di guerra dai poteri forti e sarebbe politicamente difficile da gestire. Stiamo parlando, poi, di un ceto politico di sinistra che si ricicla a ciclo continuo riproponendo gli stessi volti di chi ha gestito la fase liberista precedente: basti pensare alle ridicole proposte di ricomporre la sinistra attorno agli ex-dalemiani o prodiani. D’Alema e Prodi, è quasi paradossale doverlo ricordare, non hanno fatto altro che preparare il terreno a Berlusconi e Renzi.

Sono molto scettico anche rispetto a tutte quelle proposte politiche che, pur legittimamente, preparano un’agenda basata sul conflitto frontale con i poteri che gestiscono la crisi. Con che rapporti di forza ci si butta in questa impresa? Si vogliono almeno considerare i costi umani in termini di feroce repressione statale che comporta questo andare in fronte a un muro? Non è per “sconfittismo” o depressione, ma starei sempre attento alle retoriche dannunziane, soprattutto in un contesto così difficile, caratterizzato da un momento storico in cui il movimento operaio è finito. Se sono finite le grandi burocrazie politiche e le rappresentanze riformiste del movimento operaio (sconfitte o integrate definitivamente nel capitalismo), anche le avanguardie rivoluzionarie del movimento operaio non sono più credibili, soprattutto quando dichiarano guerra allo Stato.

E che cosa si può fare allora? Non lo so. Certamente so che cosa non si deve fare, cioè virare su quel nazionalismo tipico della regressione politica in tempi di crisi, come fanno i grillini che pensano di poter chiudere le frontiere e amen, dare il reddito di cittadinanza ai soli italiani di pura razza ariana. Oppure scadere in quella becera nostalgia della guerra fredda e immaginarsi un campo socialista che non c’è più, sostenendo che regimi autoritari, dittatoriali o addirittura genocidi e sanguinari siano “oggettivamente” anticapitalisti. Il silenzio, quando non proprio il sostegno, di questi settori dell’estrema sinistra nei confronti di un macellaio come Assad, un dittatore che ha bombardato le case popolari distruggendo interi quartieri delle città siriane ben prima dell’Isis, un folle assassino che ha causato milioni di profughi disperati che stanno fuggendo per tutto il pianeta, grida ancora vendetta.

Forse gli unici progetti sostenibili, senza voler fare un’apologia della fuga o del ritiro, peraltro impossibile, verso luoghi protetti e riparati, sono quelli che costruiscono esperienze di mutualismo, di mutuo soccorso tra precari, sfruttati e migranti.

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Lo scrittore liberista

L’ultima lettera di Saviano a Renzi (un genere epistolare quasi “biblico”) è segnata dalla consueta lagnosa ipocrisia tipica dell’autoproclamato consigliere del Principe che, sfortunatamente, non viene mai ascoltato dal proprio Signore.

Lo scrittore di Caserta riempie uno dopo l’altro le caselle del consueto elenco di luoghi comuni sul meridione, ossia il presunto assistenzialismo statale (ma quando, dove, verso chi?), il mancato riconoscimento del “merito” dei giovani (certo solo chi “merita” ha diritto a sopravvivere, magari lo decide una commissione guidata dallo stesso Saviano) arrivando alla consueta ricetta risolutoria del sostegno agli imprenditori buoni, quelli che fanno “innovazione” (come se il meridione non fosse stato già devastato da decenni di ideologia totalitaria dell’impresa).

Fin qui niente di nuovo, il solito misero pianto neoliberista di chi non vede realizzarsi le proprie impossibili teorie sulla crescita, quelle stesse teorie che sono state smentite e non hanno funzionato in nessun posto del mondo. Quando (ormai parecchi anni fa) furono tagliate le ultime risorse di welfare, furono chiusi i centri di collocamento e si aprirono le agenzie interinali, quando fu dato in pasto agli “imprenditori innovatori” quanto rimaneva di vivo del corpo sociale meridionale, quando i famosi “giovani meritevoli” venivano lanciati in un mercato del lavoro senza tutele con salari da fame, gli intellettuali come Saviano parlavano ancora dell’assistenzialismo come problema endemico del sud, facendo l’elogio di quegli sfruttatori cui si consegnava un territorio inesplorato da devastare: centinaia di migliaia di persone sono emigrate non perché non venisse riconosciuto il loro essere imprenditori in potenza, ma perché era preferibile lavorare in condizioni precarie all’estero piuttosto che essere sfruttati senza limiti a casa propria.

Del resto ci fu anche un periodo, del quale ovviamente Saviano non conserva ricordo, in cui fu proposta con il famoso “prestito d’onore” una via d’uscita conseguente all’ideologia liberale: tutti dovevano e potevano diventare imprenditori, bastava un piccolo sostegno economico e finanziamento dello Stato (a proposito di assistenzialismo) e i giovani meritevoli del sud si sarebbero rialzati. Come è andato a finire quell’esperimento non viene mai raccontato dagli intellettuali organici alla borghesia: i finanziamenti non bastavano a coprire i costi di funzionamento iniziale di un’azienda o di un’attività commerciale e fallirono quasi tutte queste esperienze. Si sa che il mercato concorrenziale non è espandibile all’infinito e l’idea che chiunque potesse far parte di questa guerra era solo una cattiva utopia: andarono avanti solo i figli degli imprenditori o di chi poteva avere un sostegno economico extra a quello statale.

A questo proposito c’è l’ultima stilettata ridicola di Saviano, quando, senza vergognarsi, scrive al premier: “No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi”. Come nel famoso scritto di Pasolini su Valle Giulia, i giovani antagonisti al potere sono presentati come “figli di papà”, mentre qui a essere i figli dei poveri non sono i poliziotti ma gli imprenditori buoni, quelli che aspettano di farsi valere sul mercato libero e razionale. Lasciamo stare il solito insulto di Saviano verso la sinistra “radicale e ciarliera”: è l’obbligato inchino al potere che gli consente di rivolgersi al presidente del consiglio. Quello che fa ancora più rabbia è il suo voler riproporre l’oscena ideologia di un capitalismo che ha fallito cento volte e fallirà sempre.

Se, come dicono le varie statistiche di fonte statale, il “sottosviluppo” e la povertà del meridione sono ormai senza ritorno, non è certo perché “non si sono applicate” le ricette neoliberali degli amici di Saviano: da Prodi a D’Alema fino a Renzi il centrosinistra è sempre stato in prima linea nella svendita delle risorse comuni del sud a vantaggio della classe di sfruttatori privati. Questo sfruttamento, gestito insieme alle mafie di cui Saviano si proclama nemico, è parte di un disegno generale in cui lo scrittore è ben inserito come finta coscienza critica. Il fatto che dica a quei pochi che hanno osato opporsi a questo disegno di essere “figli dei ricchi” non cambia la questione, come non l’ha cambiata la repressione poliziesca a cui i movimenti sono stati abbandonati dai pelosi garantisti della sinistra italiana. Ci saranno sempre due parti della barricata opposte tra sfruttati e sfruttatori, anche nel meridione d’Italia, come in ogni parte del mondo, e ciascuno può farsi la sua idea rispetto a quale parte abbia scelto lo scrittore di Caserta.

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Il Piano B

Durante tutto il periodo delle trattative tra il governo greco e le istituzioni europee, esclusa la parentesi del referendum, il gruppo dirigente di Syriza mi è parso come un pugile sbattuto in un angolo che continuava a prendere colpi con l’arbitro intento a controllare se tenesse le mani legate dietro la schiena. La mancata volontà di ipotizzare una via d’uscita alla permanenza nell’eurozona ha costretto il partito di sinistra greco a dover accettare alla fine un terribile “accordo” che continuerà a devastare il paese con le famigerate misure di austerità imposte dall’europa a guida tedesca.

Ma era praticabile un “Piano B” alternativo? Qualsiasi scorciatoia basata sulla sola adozione di una moneta nazionale e sulla geopolitica (nuove allenze con altri paesi come la Russia) non risolverebbe di per sè la situazione per nessun paese europeo. Questo per motivi simili al fallimento della strategia europeista di Syriza: come non è possibile un capitalismo temperato nell’eurozona, allo stesso modo è improbabile anche un capitalismo nazionale basato su politiche economiche keynesiane che, pur radicali, lascino inalterata la struttura di potere, di classe e di sfruttamento nella società greca.

La versione più di sinistra invocata dai gruppi minoritari di Syriza e della sinistra greca, quella cioè che invoca la nazionalizzazione delle banche e misure socialiste di gestione dell’economia, risente anch’essa fortemente di grandi lacune quali l’isolamento in un solo paese e la mancata costruzione di una mobilitazione verso questo obiettivo di fasce popolari che dovrebbero essere protagoniste di questa transizione. Se oggi non c’è qualcosa di simile ai soviet nella società europea, per una transizione socialista servirebbero altre esperienze di contropotere con cui un governo dovrebbe entrare in relazione per proporre un’alternativa di società credibile.

Mi pare quindi che la chiave della sconfitta della sinistra greca sia da ricercare innanzitutto in questa idea di voler sopperire con la sola tattica parlamentare alla maturazione di un progetto politico anticapitalista di massa e radicato nella società. Se il progetto riformista di Tsipras e soci si è infranto contro un avversario così forte e impermeabile quale l’Europa neoliberista, altrettanto sarebbe ora difficile improvvisare un progetto rivoluzionario senza una base sociale solida.

In poche parole, se il riformismo oggi si dimostra sempre più impossibile, il socialismo non si può certo proclamare per decreto usando parole d’ordine astratte.

Mi chiedo però che senso abbia continuare a proporre, anche per l’Italia, delle strategie in cui la sinistra si candida alla guida di processi di gestione del capitalismo quando appare ormai evidente che questi conducano in un vicolo cieco. Le forzature politiciste non portano mai a buoni risultati e si continua solo a creare disillusione e sensazione di tradimento nella propria base sociale. Se però ci si avventura in questa impresa del governo non valutando rischi e controindicazioni si dovrebbe, secondo me, avere il buon senso di approfittare dei momenti storici di rottura proponendo qualcosa di più coraggioso che il cosiddetto “male minore”: lo status quo è già la catastrofe e qualcuno un tempo parlava di una classe che non ha niente da perdere se non le proprie catene.

 

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Respingiamo fascisti e xenofobi!

Libertà di movimento per i migranti!

Respingiamo fascisti e xenofobi!

Partiti politici che hanno co-governato (in falsa alternanza col PD) il paese negli ultimi 20 anni, come la Lega o Fratelli d’Italia-An, avallando lo smantellamento dello stato sociale (sanità, trasporti, istruzione etc.), aumentando la precarietà lavorativa e lo spreco di risorse pubbliche in grandi opere inutili, ora cercano di strumentalizzare la questione dei flussi migratori invocando respingimenti, espulsioni e guerra. Vogliono creare un capro espiatorio per sviare l’attenzione dalle loro responsabilità e dalle loro politiche neoliberali che hanno permesso al 10% delle famiglie più ricche di impossessarsi del 46,6% della ricchezza netta totale (fonte Bankitalia 2014).

Le guerre scatenate dall’occidente (Somalia, ex-Yugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libano, Libia eccetera), la repressione delle rivolte della “primavera araba” e le politiche economiche predatorie attuate dai governi hanno provocato in moltissimi paesi la migrazione di milioni di persone in fuga dalla guerra e dalla miseria e in cerca di un futuro migliore.

Anni di chiusura delle frontiere, di reclusione dei migranti in strutture come i centri di identificazione ed espulsione, di militarizzazione del mediterraneo hanno provocato migliaia di morti causando ripetute stragi. Reclamiamo e lottiamo per la libertà di movimento, per la libera circolazione delle persone migranti, per il superamento della “Fortezza Europa”, per la cancellazione degli accordi di Dublino e per la chiusura dei centri di detenzione per migranti.

Respingiamo questa campagna di odio verso i migranti, i rom, le persone lqbtq. Respingiamo i razzisti e gli xenofobi, respingiamo i fascisti e chi specula sulla pelle delle persone.

La colpa è del padrone e non dell’immigrato

Fascisti e sbirri nei quartieri gli unici stranieri

antifascist* e antirazzist* di Salerno e provincia

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L’infezione che il PD non può curare

L’alleanza tra la Lega Nord e i vari gruppi dell’estremismo fascista è diventata  sempre più esplicita, con la svolta a destra di Salvini che, accantonando improvvisamente tutta la simbologia padana travolta dagli scandali dei rapporti con la ‘Ndrangheta e dal tramonto di Bossi, ha ripreso un sentire diffuso da sempre nel mondo leghista, un modo di far politica ben rappresentato dal Borghezio che rivelava come l’entrismo dei fascisti nella Lega fosse un progetto studiato a tavolino.

La Lega, Fratelli d’Italia e Casapound si sono ritrovati uniti, sotto la leadership di Salvini, puntando su un progetto politico ambizioso, ossia una rifondazione del centrodestra su basi più aggressive e movimentiste. Questa linea politica ambiziosamente egemonica ha bisogno per svilupparsi di rompere con le alleanze con i partiti più centristi, per cui adesso il centrodestra è spaccato in due, con Salvini da una parte e Berlusconi e i residui democristiani dall’altra. Questa divisione ovviamente fa felice il PD, che sogna una destra divisa e minoritaria cui contrapporre un progetto di governo sempre più centrista e moderato.

Il problema, purtroppo, sta nella ricaduta sociale immediata dell’ascesa di una destra estremista che, pur non possedendo ancora una prospettiva di governo, sta coagulando tutti gli istinti più bassi del paese dandogli una cassa di risonanza che, amplificata dai media, va oltre il momento immediato della sua rappresentanza politica. Basterebbe pensare a cosa significhi una piena legittimazione di Casapound dopo quello che è successo a Cremona (e che continua a succedere in tutta Italia). La strategia del PD, che minimizza i rischi dell’ascesa di Salvini e piuttosto invoca la fine di fantomatici opposti estremismi stigmatizzando il movimento antifascista, oltre che spregevole è innanzitutto molto pericolosa.

L’immagine più emblematica di questa fase è quella che ritrae Salvini sul palco di Roma con la maglietta inneggiante all’uomo che in Veneto ha sparato ai suoi rapinatori. Sventolando la bandiera dell’indipendenza veneta davanti ai fascisti sotto il palco, Salvini chiariva il concetto a loro e a tutti noi: la simbologia nazionalista da mettere in mostra ha poca importanza, si può passare facilmente dal leone di S.Marco al saluto romano, si possono anzi esibire contemporaneamente, quello che importa è che si stimolino tutte le pulsioni più feroci delle persone, incoraggiandole a costruire la propria identità sul razzismo, sul risentimento, sulla voglia di farsi giustizia stile “far west”.

Come scrivevano nel 1980 Deleuze e Guattari in “Millepiani”, “vi è fascismo quando una macchina da guerra viene installata in ogni buco, in ogni nicchia”. La crisi economica perdurante, ma più che altro lo sviluppo di un sistema economico fondato sul profitto e la competizione, non fa che aumentare la proliferazione di tutte queste piccole nicchie, questi buchi della società. Il commerciante che si sente assediato dalla criminalità, l’imprenditore che si sente vessato dalle tasse, il lavoratore che perde il posto di lavoro, il maschio, il bianco e il cristiano fondamentalista: tutte soggettivazioni identitarie che sono stimolate a scavarsi sempre di più il loro buco da cui costruire un’aggressività che rinforzi la propria nevrosi identitaria.

“Soltanto il microfascismo può dare una risposta alla domanda globale: perché il desiderio desidera la propria repressione, come può desiderare la propria repressione?”, continuavano nel loro ragionamento Deleuze e Guattari. Questa dinamica, ovvero la costituzione di un movimento di massa fascista, è pericolosa perché si nutre di una base molto potente e diffusa nella nostra società. La costruzione di una solida rappresentanza politica di queste linee di fuga molecolari è un problema molto grande, che interroga oggi il movimento antifascista, chiamato a rispondere all’altezza del livello di questa sfida. La manifestazione di Roma è sicuramente un bel segnale positivo a riguardo, occorrerebbe continuare a tutto campo su questa strategia, cercando alleanze che funzionino veramente e non facciano regredire il movimento, perché, per concludere sempre con i filosofi francesi, “È troppo facile essere antifascista a livello molare, senza vedere il fascista che noi stessi siamo, che nutriamo e coltiviamo, a cui ci affezioniamo, con delle molecole, personali e collettive”.

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Come guadagnave 280 euvo

Qualche tempo fa Franco Ferrarotti, uno dei fondatori della sociologia italiana, disse in un’intervista come vi fosse ormai in ogni famiglia italiana, soprattutto nel mezzogiorno, la presenza di un “morto in casa”, ovvero di una persona ormai adulta, spesso laureata o scolarizzata, che non fosse però in grado di mantenersi autonomamente e di inserirsi nel mondo del lavoro rimanendo così a carico del reddito familiare complessivo. Si può discutere sul termine brutale usato da Ferrarotti per descrivere una condizione oggi piuttosto diffusa, che viene descritta nella sociologia anglosassone con il meno macabro acronimo di NEET (Not in Education, Employment or Training), anche perché se da un lato l’espressione fotografa una realtà esistente, d’altro canto sembra quasi un’estremizzazione del famoso appellativo “bamboccioni” rivolto dal (mai) compianto ministro Padoa Schioppa ai giovani che non andavano via di casa. Resta il fatto che sia la sociologia che la politica non sono mai state molto tenere nei confronti di un’intera generazione di disoccupati, dipinti come un peso inerte a carico di un welfare familiare loro generosamente concesso (non dallo Stato, appunto, ma da nonni e genitori generosi) e quindi incapaci di farsi valere nel moderno mondo del lavoro che li attenderebbe, invece, a braccia aperte. Bisogna considerare anche che per riconoscere nel discorso mainstream il carattere “precario” del lavoro nel nostro paese come dell’esistenza di milioni di persone c’è voluto più di un decennio: torniamo un momento nel non lontano 2005 e ci rendiamo conto di come considerarsi precari significasse quasi un vezzo politico estremista tipico di poche minoranze e nicchie culturali underground, di come fosse difficile convincere il sindacato che tale condizione avrebbe riguardato da lì a poco tutto il mondo del lavoro, fino (incredibile a dirsi all’epoca) al pubblico impiego, che oggi com’è noto si fonda anch’esso sul lavoro precario utilizzato su vasta scala. Quindi quello che viene da pensare è che se le centinaia di migliaia di “morti in casa” non se la passano bene (nella loro condizione di defunti non produttivi in vita, appunto), non è che gli “integrati” nel mondo del lavoro stiano poi tanto meglio. Non serve leggere le statistiche e i volumoni dell’Istat o dello Svimez, basta aprire semplicemente un browser e cercare lavoro: l’offerta più concreta rimane quella che appare mentre scarichiamo una serie tv con i file torrent, quando il tipo con la erre moscia ci avvisa “come guadagnave 280 euvo” con un click mentre stiamo a casa a scaricare i torrent per passare la nostra giornata di morti in casa ferrarottiani. Tutto ciò che avevamo di “pubblico” è scomparso. Se torniamo ancora indietro di dieci-quindici anni possiamo ricordare agevolmente come i “centri di collocamento” furono trasformati in “centri per l’impiego”: mentre prima esisteva una lista interminabile formata da migliaia di sventurati a cui ti facevano iscrivere comunque dopo il liceo, si è passati alla creazione di un ufficio passacarte che ratifica meramente la disoccupazione diffusa e non ha più nessuna ragione di esistere, se non per la pur sempre valida motivazione di fornire un lavoro vero almeno a quei pochi impiegati che stanno dentro gli uffici. Prima si aveva il “libretto del lavoro” da timbrare, poi ci hanno rifilato la più semplice “fascetta” e alla fine si sono arresi e ci hanno praticamente detto di andare su internet e guadagnave gli euvo con un click. Allargandosi così a dismisura le condizioni generalizzate di precarietà e di insostenibilità dell’esistenza per tutti i lavoratori, pure per quelli che riescono stranamente a trovare una misera occupazione saltuaria, la condizione di zombie casalinghi acquista oggi una nuova affascinante funzione, quella di infettare un po’ tutto lo scenario sociale con il proprio virus mortifero, per cui sarà difficile, prima di passare alla mensa della caritas per avere il pasto quotidiano, che qualcuno dica sprezzantemente, come fece Padoa Schioppa, che sia colpa di chi non si impegna e “caccia le palle tante”. L’unico coraggio qui e ora è sempre quello dei migranti, non certo quello di chi apre le cosiddette “startup” che dovrebbero salvare il paese assumendo poi magari qualche lavoratore precario e cercando di evadere il fisco: le regole sono avvilenti per tutti e non c’è imprenditore illuminato che tenga rispetto all’obbligo di costruire un’impresa soltanto mediante lo sfruttamento bestiale del lavoro altrui, con la mortificazione di intelligenze e saperi. Di fronte a questo scenario apocalittico ci si aspetterebbe un minimo segno di intelligenza da parte della sinistra italiana, almeno di quella che non è stata responsabile (centrosinistra, parte della sinistra radicale e tutto il sindacalismo confederale) della catastrofe. E invece le analisi “di classe” del mondo del lavoro si basano sull’elenco numerico dei lavoratori dipendenti, che sono tanti, milioni di milioni, non come quei pochi morti che camminano nel soggiorno di casa loro senza faticare e aspettano la pensione sociale della madre. Questo richiamo quasi religioso al conflitto capitale-lavoro, l’evocazione della presa di coscienza di classe da parte di un settore di società che dovrebbe con le sue lotte nientedimeno che liberare anche tutti gli altri (mentre invece i pochi salvati cercano innanzitutto di salvarsi dallo sfacelo generale)sembra quasi assumere i toni di un rito sciamanico ormai ineffettuale. È la cosa che si verifica puntualmente quando i residui di un movimento operaio ormai finito politicamente, gli spezzoni della burocrazia di un movimento operaio che ha cessato la sua funzione storica (occorre ripeterlo), chiamano a raccolta tutti i soggetti interessati a difesa delle ultime garanzie rimaste in giro per i lavoratori: giusto richiamo, sacrosanto pure, ma sempre e soltanto perdente, minoritario, fuori tempo massimo. Non resta che ascoltare le prediche di un Landini che invoca investimenti e ripresa dell’apparato industriale o quelle di una Camusso che parla di una fantomatica crescita legata al PIL. Il problema, in assenza di qualche risposta efficace a difesa dei diritti dentro la sfera del lavoro salariato, ormai tragicamente concessa allo strapotere di chi controlla il lavoratore, sarebbe quello di lottare insieme tutti, compresi i lavoratori meglio garantiti, per i diritti complessivi di esistenza che ci spettano nonostante il lavoro, lottare per quelle cose che rendono una vita graziosa e sopportabile nonostante i professori di economia e i sindacalisti che ti considerano un peso inutile, un parassita della società, un morto che cammina grazie alla pensione dei genitori.

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